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villa dei domizi enobarbi a giannutri

I Domizi Enobarbi all’Argentario

I Domizi Enobarbi padroni dell’Argentario e delle isole del Giglio e di Giannutri

Notizie su questo territorio, dopo le gravi rappresaglie sillane dell’82 a.C., si hanno attraverso l’epistolario di Cicerone e la testimonianza di Giulio Cesare: in due lettere ad Attico del 49 a.C. Cicerone accenna alla presenza all’Argentario dell’importante famiglia dei Domizi Enobarbi (“in Cosano”, ovvero nel promontorium Cosanum)1 e Giulio Cesare ricorda che nello stesso 49 a.C. Lucio Domizio Enobarbo (console pochi anni prima, nel 54 a.C.), nel tentativo di opporsi a lui, era partito per occupare Marsiglia con 7 navi requisite a privati al Giglio e all’Argentario, navi che aveva riempito con servi, liberti e suoi coloni2. Poiché i coloni altri non erano che contadini legati contrattualmente al proprietario delle terre, in modo non dissimile dalla moderna mezzadria3, se ne deduce che i coloni obbligati a salire sulle navi dirette a Marsiglia fossero i contadini del Giglio e dell’Argentario, impiegati nei fondi agricoli di proprietà dei Domizi. Anche la circostanza della confisca delle navi nell’odierna Giglio Porto e in altri approdi del Cosanum (Porto Ercole e Porto Santo Stefano i primi indiziati) da parte di un privato cittadino, seppur un benestante senatore romano, lascia intendere che Lucio Domizio Enobarbo fosse considerato in questi luoghi come un vero e proprio dominus (padrone), e che come tale vantasse o millantasse diritti sia sulle terre che sui porti, in modo non dissimile da un feudatario medievale.

Anche le analisi archeologiche del territorio di Cosa hanno dimostrato un evidente cambiamento nelle dinamiche insediative e nella parcellizzazione dei terreni durante la prima metà del I secolo a.C.: all’antica centuriazione (la suddivisione in lotti concessi dallo Stato agli assegnatari) che si era accompagnata alla deduzione della colonia di Cosa, con campi di 16 iugera (circa 4 ettari) ciascuno col suo podere, si sostituiscono latifondi gestiti da poche ville signorili4. I piccoli agricoltori nel contempo si trasformavano da liberi cittadini in coloni vincolati contrattualmente al proprio dominus.

Come la ricca famiglia romana sia entrata in possesso del Giglio e dell’Argentario, in tutto o in parte, e verosimilmente anche della disabitata Giannutri, non è chiaro. Ma la loro adesione alla fazione degli optimates, confermata dalla notizia dell’assassinio nell’83 a.C. dell’omonimo zio di Lucio Domizio Enobarbo a causa del suo dichiarato appoggio a Silla5, lascia aperta la possibilità che la famiglia sia stata ricompensata dallo stesso Silla con terreni oggetto di confisca nell’agro di Cosa, che assieme ad altri centri dell’area aveva osato ingrossare le milizie mariane a lui avverse: confische di terre poi date a sostenitori e veterani di Silla, a partire dall’82 a.C., sono infatti ricordate a Chiusi, Arezzo, Fiesole e Volterra, che allo stesso modo presero parte alla guerra civile dalla parte di Mario6.

Le proprietà dei Domizi Enobarbi all’Argentario e nelle isole

La menzione cesariana della confisca delle navi nel porto del Giglio da parte di L. Domizio Enobarbo permette con quasi assoluta certezza di identificare nei resti della villa romana di Cala del Saraceno (Giglio Porto) la residenza gigliese degli Enobarbi. Peraltro nella parte restante dell’isola non sono state rilevate tracce di ulteriori ville romane. La villa era collocata immediatamente a margine dell’abitato di Giglio Porto (di cui sono stati individuati molteplici resti tra le strade e le case moderne), dunque pienamente inserita nella vita del borgo e nelle sue attività mercantili. Igilium era infatti una tappa abituale lungo le rotte che dai porti di Roma e del Meridione conducevano in Gallia: al rifornimento di acqua potabile per le imbarcazioni e alle necessità idriche degli isolani doveva servire la grande cisterna riconosciuta in via Trento, nel versante settentrionale del bacino portuale7. La villa era invece panoramicamente adagiata sulla scogliera a sud del porto e articolata su terrazzamenti. La piccola insenatura di Cala del Saraceno, situata entro i confini della villa, ospitava una vasca per l’allevamento del pesce collegata al mare aperto, ancora ben individuabile sotto il pelo dell’acqua. Le strutture della villa sono invece di difficile riconoscimento a causa delle demolizioni e delle sovrapposizioni di edifici moderni: ha restituito parti di pavimenti a mosaico, criptoportici e più tarde decorazioni in opus sectile8.

Ai Domizi Enobarbi sono associati anche i resti della grande villa romana di Santa Liberata (Porto Santo Stefano), protesa sul mare poco oltre la fine del tombolo della Giannella, da considerarsi verosimilmente il centro nevralgico dei possedimenti degli Enobarbi in questa parte del Tirreno (essa è dunque la proprietà di L. Domizio Enobarbo “in Cosano” ricordata da Cicerone). Le sue rovine appaiono ancora oggi maestose e segnano un tratto di costa dell’Argentario lungo 300 m: in acqua si distingue la mole rettangolare di una vasca semisommersa per l’allevamento del pesce, delle dimensioni di 50 x 40 m, da cui si protende un avancorpo utilizzato come molo di attracco; altri piloni in acqua utilizzati come moli si trovano poche decine di metri a nord-ovest. La villa è stata indagata solo con saggi e giace sotto la villa già Savoia poi Gerini e Rattazzi. Le strutture residenziali erano su un terrazzamento artificiale sul promontorio; sono state individuate le terme e una grande cisterna. La villa maritima, coerentemente con quanto sappiamo dalle fonti storiche, risulta fondata in epoca tardo-repubblicana ma appare restaurata ed ampliata verso il 100 d.C., quando le proprietà degli Enobarbi erano state trasferite per il tramite di Nerone al fiscus Caesaris (il patrimonio privato dell’imperatore)9. Nell’Itinerarium maritimum (un catalogo di porti e approdi con relative distanze in miglia, di epoca tardo-antica e con il testo in parte corrotto dai copisti medievali) prima dell’approdo alla foce del fiume Albegna (Alminia, errore per Albinia) compare un approdo (positio) con il nome di Domitiana: la distanza in miglia indicata corrisponde in modo sufficientemente preciso alla distanza tra la foce dell’Albegna e la villa di Santa Liberata, togliendo ogni dubbio sul nome del suo propretario.

Prima della (villa) Domitiana lo stesso itinerario ricorda un vero e proprio porto (e non un approdo) detto Incitaria, distante dalla grande villa dei Domizi Enobarbi sole 3 miglia, oltre il quale, proseguendo verso sud per altre 9 miglia, si raggiunge Porto Ercole: è chiaro che nel nome antico di Incitaria bisogna riconoscere la moderna Porto Santo Stefano. Il termine deriva certamente dal latino cetaria, un allevamento di pesci o tonnara, attività che risulta praticata a Porto Santo Stefano fino alla fine del XIX secolo. Il portus di Incetaria/Incitaria era controllato dalla villa romana dei Muracci (Porto Santo Stefano) su cui è stata edificata l’attuale Villa Varoli, collocata in una situazione analoga a quella già descritta per Giglio Porto, su un rilievo subito a ridosso dell’abitato. Sulla base di questo parallelo e della vicinanza tra Porto Santo Stefano e la villa Domitiana appare verosimile l’ipotesi che include Porto Santo Stefano nei possedimenti degli Enobarbi: Porto Santo Stefano sarebbe pertanto l’indefinito porto del promontorio Cosano (l’Argentario) citato da Cesare come secondo luogo in cui L. Domizio Enobarbo sequestrò le imbarcazioni con cui intendeva dirigersi verso Marsiglia. Gli scavi degli anni 80 dell’Ottocento restituirono un’immagine complessiva della residenza, le cui dimensioni relativamente contenute (30 m il fronte verso il mare, 70 il lato lungo) ben si confanno a quelle di un’appendice della grande villa di Santa Liberata: le attività del porto, dove sono state trovate tracce di impianti per l’allevamento del pesce e di bagni pubblici, erano controllate dalla grande terrazza anteriore, cui seguiva un loggiato ed una piccola struttura residenziale. Mosaici, monete e statue anche di grandi dimensioni sono state ritrovate tra gli ambienti della villa, che dalle murature appare restaurata verso il 100 d.C.10.

Si viene quindi all’isola di Giannutri: essa, come il Giglio e almeno la parte settentrionale dell’Argentario, apparteneva molto probabilmente ai Domizi Enobarbi ma è incerto se essi vi avessero costruito alcunché, perché tutti i materiali recuperati e le murature della villa romana indicano una prima fase di occupazione in epoca Flavia (ultimi decenni del I secolo d.C.). Questo tuttavia non esclude che l’attuale villa romana, che appare oggetto di un’intensa attività edilizia negli anni intorno al 100 d.C. (come già osservato per la Domitiana e per la villa di Porto Santo Stefano), sia in realtà il rifacimento di una struttura più antica, non necessariamente una villa maritima. Come già detto l’ultimo erede maschio degli Enobarbi, l’imperatore Nerone, nato col nome di L. Domizio Enobarbo e poi adottato dall’imperatore Claudio, aggiunse le sue proprietà familiari al patrimonio imperiale. La tragica conclusione della sua vicenda e l’assenza di eredi fece sì che gli imperatori successivi continuassero di diritto ad amministrare i beni appartenuti agli Enobarbi: buona parte dell’Argentario, il Giglio e Giannutri divennero così territori inclusi nel fiscus Caesaris11.

1 Cic., Ad Att., 9.6.2, 9.9.3.
2 Caes., B.C., 1.34.
3 Da questo significato del termine latino deriva, ad esempio, l’italiano “casa colonica”.
4 Cfr. Cosa in Enciclopedia dell’Arte Antica (secondo aggiornamento).
5 App., B.C., 1.88; Vell., 2.26; Oro., 5.20. L. Domizio Enobarbo console del 54 a.C. aveva sposato Porcia sorella di Catone Uticense (uno dei più integerrimi esponenti degli optimates; Porcia era anche zia di M. Giunio Bruto, uno degli assassini di Cesare) e morì nella battaglia di Farsalo del 48 a.C. combattendo contro Cesare, nuovo leader dei populares. Unica “pecora nera” della famiglia fu il fratello di L. Domizio Enobarbo console del 54 a.C., Gneo Domizio Enobarbo, il quale aveva sposato Cornelia figlia di Cinna (uno dei principali alleati di Mario) e si era battuto contro Silla in Africa fino ad essere sconfitto ed ucciso nell’81 a.C. La storia dei Domizi Enobarbi racconta dunque che la guerra civile aveva dilaniato anche dall’interno le famiglie della nobilitas romana.
6 Cfr. M. Cristofani, Etruschi: una nuova immagine, Firenze 200, p. 66. Una notizia che vedo diffusa in numerosi articoli sul web riferisce invece che i Domizi Enobarbi, che sarebbero stati argentarii (banchieri), sarebbero stati ricompensati dal Senato romano con i territori dell’Argentario e del Giglio dopo la seconda guerra punica, per ricompensarli dei prestiti conferiti allo Stato. Da questa vicenda avrebbe tratto il nome il Monte Argentario. La notizia è da considerarsi una leggenda metropolitana nata dalla fantasia del geografo Assunto Mori in un articolo del 1922 (Boll. Soc. Geogr., 1922, p. 73): in primo luogo i Domizi Enobarbi, fautori del più chiuso tradizionalismo aristocratico (come ricordato dalle fonti storiche), non avrebbero mai messo a rischio la propria reputazione con attività che nella mentalità romana erano considerate indegne di un appartenente alla nobilitas (la cui ricchezza, secondo il costume degli antenati, doveva fondarsi sul possesso della terra e non su attività mercantili o peggio ancora di prestito di denaro); inoltre nessuna fonte storica li ricorda come banchieri o prestatori di denaro.
7 Cfr. P. Rendini, Isola del Giglio (GR). I lavori a Giglio Porto, in Notiziario della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, 2, 2006, p. 371.
8 Cfr. P. Rendini, op. cit., pp. 371-373; P. Rendini, Mosaici della villa del Saraceno a Giglio Porto, in Atti del II Colloquio AISCOM (Roma, 1994), Roma 1995, pp. 149-158.
9 Cfr. A. Carandini (a cura di), Paesaggi d’Etruria. Valle dell’Albegna, Valle d’Oro, Valle del Chiarone, Valle del Tarone. Progetto di ricerca italo-britannico seguito allo scavo di Settefinistre, Roma 2002, p. 203.
10 Cfr. M. Pasquinucci, Contributo allo studio dell’ager Cosanus: La villa dei “Muracci” (Porto S. Stefano), Studi Classici e Orientali, 32, 1983, pp. 141-155.
11 Un parallelo contemporaneo può riconoscersi nello status giuridico della tenuta presidenziale di Castel Porziano nei pressi di Roma, amministrata dal Quirinale e dove i Presidenti della Repubblica che via via si succedono hanno il diritto di soggiornare.

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